Vivo dei Sogni dei Miei Atleti: Sono Un Allenatore!

Vivo di sogni.

I miei sogni sono i sogni dei miei atleti.

Sono un allenatore

 

La sveglia suona ed ancora accanto a me c’è un sorriso e degli occhi chiusi, avvolti nel caldo di un piumone che probabilmente anche oggi vedrò soltanto quando sarà di nuovo buio.

La strada è sempre la stessa, da anni, le persone che incroci ancora assonnate a concederti sorrisi di circostanza. E’ ancora ovattata l’atmosfera e l’unico rumore che riesci a percepire è il battere del braccio metallico della macchina da caffè del bar e quel brusio dell’unità di trattamento aria che ti è entrata nel cervello.

Guardo l’acqua ferma ed ogni mattina la osservo con rispetto e con quel nodo in gola di non essere più riuscito a farmi curare da lei.

“Non è un talento, ma si impegna tanto” .

Parole che mi sono promesso di non pronunciare mai, che quando le ascolti affondano come lame lo stomaco, provocandoti ferite che nulla può rimarginare.

Ma io ero acqua e l’acqua era mia amica, anzi no.

Io amavo l’acqua.

Amavo cosa ero insieme a lei, quello che riuscivo a diventare una volta messi gli occhialini.

Ma le storie di pura passione che diventano amore adulto e razionale a volte finiscono. La lasciai perchè non potevo amarla più, standole però ogni giorno vicino e lasciando che altri dieci, cento, mille “me” l’amassero come mai ero stato in grado di amarla io.

Tra queste corsie vivono i sogni. Arrivano con le loro barbe appena accennate, raccontandosi segreti tra le mani che nascondono le labbra.

Ti abbracciano, ti amano, ti odiano.

Li incontri quando ancora bambini hanno paura del tuffo. Le mamme che cercano di insegnarti il mestiere, che ti dicono ogni giorno quanto loro conoscano il figlio e che quindi questa o quella cosa è più adatta a lui. Ti parlano, ma hanno gli occhi rivolti al loro smartphone. Sono intente più a pubblicare su un social le prodezze del pupo in acqua che ad ascoltare anche la minima frase che tu le possa rivolgere.

Ed allora ti chiedi

perchè?

Quando l’atleta è stanco, annoiato, demotivato.

Quando in gara non raggiunge il suo obiettivo, quando salta gli allenamenti e te lo ritrovi con le occhiaie e le gambe che non gli reggono per una serata in discoteca, la colpa è tua.

Sei tu che non lavori, che hai perso la voglia, la motivazione. Tu che non l’hai seguito, che non sei stato in grado di valorizzare un talento.

Eppure.

Eppure ogni mattina io mi alzo con quello stesso amore, con quella stessa passione. Faccio i giochi con le bollette, con le tasse, con l’affitto da pagare. Ho una macchina che è diventata con gli anni inaffidabile anche per le trasferte.

Le domeniche di gare sono quello che quegli stessi figli che le mamme conoscono così bene, li sveglia con squilli di cellulare e li passa a prendere uno ad uno. Quelle stesse mamme, con comodo, arriveranno, forse, quando la casa sarà pulita ed il trucco perfetto.

Le mie medaglie sono quelle che i miei atleti conquistano con la fatica e le lacrime, con il silenzio, con un abbraccio che cancelli un brutto voto a scuola, o la delusione per la ragazza che ti ha lasciato.

Sono quello che rimane quando tutti vanno sotto la doccia, con i cronometri che pensolano dal pantalone, perché c’è chi vuole provare la gara, poi la virata, poi il tuffo.

Sono quello che insulti, che vorresti vedere in acqua, non sapendo che io ti ho donato la possibilità di amare ciò che di più caro avevo.

Ho studiato, pagandomi gli studi ed i brevetti con straordinari di otto ore, dimenticando il viso di chi mi stava vicino.

A volte sono stanco, e quella parte umana che non riesce a stare in piedi dopo dieci turni in piscina fa emergere quanto sia grande ed assoluta la mia appartenenza all’acqua. Mi stanco con gli atleti, ma non degli atleti. Mi porto dietro le loro speranze, le loro ambizioni, la fiducia che ripongono in me.

Non ho premi produzione, non guadagno di più in base alle medaglie, nè in base alla presenza sul campo gara.

Ma io ci sono.

Sono con loro perché non potrei e non vorrei essere altrove. Perché  per un solo sorriso, per un solo centesimo di secondo. Per quelle braccia al cielo dopo il tocco della piastra, tutto acquista il suo senso. Le notti in bianco su testi scritti in caratteri minuscoli che mi hanno fottuto la vista. L’odore del cloro dentro le ossa; i guadagni miseri. Le continue disquisizioni di pseudo allenatori “formati” a suon di click su Google. Gli occhi arrossati e le gambe stanche la sera.

Tutto acquista un senso.

Quel senso che mi fa continuare.

Il senso che mi fa alzare ogni giorno con in testa i sogni dei miei atleti.

Vivo di sogni.

I miei sogni sono i sogni dei miei atleti.

Sono un allenatore.

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About Giusy Cisale

Giusy Cisale

Ha frequentato il Liceo Classico "T.L. Caro" dove era impegnata nella redazione della rivista scolastica. Nel 2002 è tra le più giovani laureate in Giurisprudenza dell'Università Federico II di Napoli (ITA). Inizia il percorso di Avvocato Civilista, conseguendo nel 2006 l'abilitazione all'esercizio della professione di avvocato. Si avvicina al nuoto quasi per caso, …

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