Negli ultimi giorni il percorso della torcia olimpica di Milano Cortina 2026 è diventato terreno di confronto acceso, ben oltre il valore simbolico che da sempre accompagna il viaggio della fiamma. Una polemica nata sui social, cresciuta nel dibattito pubblico e rilanciata da voci autorevoli dello sport italiano, che interroga direttamente il senso profondo del ruolo del tedoforo.
Al centro della discussione non c’è tanto la presenza di personalità del mondo dello spettacolo, quanto la percezione – condivisa da molti ex atleti olimpici – che la scelta dei portatori della fiaccola stia progressivamente privilegiando visibilità mediatica e notorietà rispetto al legame diretto con lo sport e con l’esperienza olimpica vissuta.
La fiaccola come simbolo, non come vetrina
Storicamente, il tedoforo rappresenta un passaggio di testimone: un gesto semplice e solenne che incarna valori di pace, inclusione, continuità e appartenenza. Non è un premio, né una passerella. È un simbolo che vive di memoria, sacrificio e identità sportiva.
È proprio su questo piano che si innesta il disagio espresso da diverse figure dello sport azzurro. In più tappe del percorso della fiamma, la presenza di influencer, personaggi televisivi e volti noti non legati direttamente allo sport ha sollevato interrogativi legittimi: chi dovrebbe davvero raccontare l’Olimpiade attraverso quel gesto?
Le voci degli ex atleti: Bianchi e Pirozzi
A dare corpo alla riflessione sono state, tra le altre, le parole affidate ai social da Ilaria Bianchi, quattro Olimpiadi disputate con la Nazionale italiana di nuoto, e Stefania Pirozzi, tre volte olimpica. Senza toni polemici o personali, entrambe hanno espresso perplessità su un sistema che sembra allontanarsi dalla tradizione olimpica, scegliendo talvolta testimonial più “spendibili” mediaticamente rispetto a chi lo sport lo ha vissuto, rappresentato e raccontato in prima persona.
Bianchi ha sottolineato come il confronto con altri ex atleti abbia fatto emergere un sentimento diffuso di stupore e disorientamento, non tanto per le singole scelte, quanto per l’impostazione generale. Pirozzi, con una riflessione più ironica ma non meno incisiva, ha lasciato intendere come esprimersi apertamente rischi oggi di trasformarsi in una polemica, quando invece il tema meriterebbe ascolto e rispetto.
Il precedente Ghedina e una questione strutturale
Il caso non è isolato. Già nelle settimane precedenti aveva fatto discutere la posizione di Kristian Ghedina, ex campione dello sci alpino, che aveva raccontato di essersi dovuto autocandidare per poter essere preso in considerazione come tedoforo. Un episodio che ha rafforzato la sensazione di una distanza crescente tra istituzioni organizzatrici e il mondo degli ex atleti.
Non si tratta di rivendicare esclusività o di contrapporre sport e spettacolo. Il punto, semmai, è capire quale messaggio si voglia trasmettere. Se la fiamma olimpica è ancora il racconto di una storia collettiva fatta di fatica, sconfitte, rinascite e successi, o se rischia di diventare l’ennesimo strumento di comunicazione, efficace ma svuotato di profondità.
Un dibattito che riguarda tutti
Milano Cortina 2026 sarà un evento globale, complesso, inevitabilmente anche mediatico. Ma proprio per questo ogni simbolo pesa di più. La fiaccola non è un dettaglio logistico: è una narrazione che attraversa territori, comunità e generazioni.
La polemica dei tedofori non chiede esclusioni, ma equilibrio. Non invoca nostalgie sterili, ma coerenza. E ricorda, con la voce di chi ha indossato la maglia azzurra ai Giochi, che certi simboli non hanno bisogno di essere amplificati: hanno bisogno di essere rispettati.


