Perché Il Nuoto Non É Solo Tecnica: É Una Grammatica Sensoriale

di Alessandro Resch

Nel nuoto si parla continuamente di tecnica: gomito alto, presa, rollio, gambata, respirazione, assetto, frequenza, ampiezza. Sono parole corrette, necessarie, spesso decisive. Negli ultimi anni, però, ho avuto la sensazione che siamo diventati tutti un po’ “guru biomeccanici”: sappiamo nominare ogni dettaglio del gesto, ma non sempre sappiamo aiutare un nuotatore a sentirlo davvero e trasformarlo in un miglioramento.

E questa distanza è enorme.

La distanza tra sapere, saper fare e saper far fare è uno degli spazi più complessi del coaching. Un conto è conoscere un principio tecnico. Un altro è saperlo applicare nel proprio corpo. Un altro ancora è riuscire a trasferirlo a un atleta, dentro l’acqua, nel momento giusto, con il linguaggio giusto.

Dopo tanti anni passati in acqua, prima da atleta, poi da tecnico e oggi da docente, mi sono convinto di una cosa: il nuoto non è soltanto tecnica. O meglio, la tecnica non è semplicemente la somma di posizioni corrette da imitare. Su questo ho scritto un libro, ho costruito masterclass, percorsi didattici e, nel tempo, un metodo che ogni giorno continua a evolversi.

Il nuoto è una grammatica sensoriale.

Con questa espressione intendo il modo in cui un atleta impara a sentire l’acqua, a riconoscere una pressione, a percepire la forza di un appoggio, a capire quando sta scivolando davvero e quando invece sta soltanto frenandosi nell’acqua spingendo meno del necessario, e faticando più del necessario per mantenere la velocità voluta e disperdendo energia.

La grammatica sensoriale è la capacità di distinguere una bracciata efficace da una bracciata semplicemente forte. È il confine sottile tra fare un esercizio e capire perché quell’esercizio esiste.

Molti nuotatori, soprattutto adulti, master e triatleti, arrivano in piscina con un grande desiderio di migliorare. Guardano video, seguono consigli, provano esercizi tecnici, comprano attrezzi, leggono tabelle, cercano allenamenti. Ma spesso il problema non è la mancanza di informazioni. Il problema è che quelle informazioni non vengono trasformate in percezione.

Un atleta può sapere teoricamente che deve “tenere il gomito alto”, ma non sapere cosa dovrebbe sentire nella mano e nell’avambraccio. Può sapere che deve “migliorare l’assetto”, ma non riconoscere quando il corpo sta perdendo equilibrio. Può fare decine di vasche di tecnica senza costruire una vera consapevolezza del gesto.

E c’è un altro aspetto delicato: quando una correzione viene applicata senza un percorso, spesso all’inizio sembra peggiorativa. Il nuotatore sente più fatica, meno fluidità, meno controllo. Questo lo porta facilmente ad abbandonare quella modifica, tornando al gesto abituale, anche se inefficiente.

È uno dei grandi paradossi del nuoto moderno: abbiamo sempre più dati, più video, più strumenti e più contenuti, ma spesso manca ancora il ponte tra informazione e sensazione.

Ed è proprio lì che, secondo me, si gioca il futuro del coaching.

Non basta dire a un nuotatore cosa deve fare.

Bisogna aiutarlo a capire cosa deve percepire, in quale momento, con quale progressione e con quale obiettivo. La tecnica non può essere ridotta a una fotografia del gesto ideale. Deve diventare un linguaggio che l’atleta impara a parlare dentro l’acqua.

Quando parlo di grammatica sensoriale, intendo un sistema di riferimenti che aiuti il nuotatore a dare un nome a ciò che sente: pressione, vuoto, appoggio, scivolamento, instabilità, rigidità, continuità, timing, perdita di presa, fatica tecnica, fatica metabolica.

Sono sensazioni che spesso restano confuse, ma che possono diventare informazioni preziose se vengono ordinate in un metodo.

La grammatica sensoriale, per come la intendo io, ha almeno quattro livelli.

Il primo è l’alfabeto delle sensazioni. Prima ancora di correggere un gesto, un nuotatore deve imparare a riconoscere cosa sta sentendo: pressione, vuoto, scivolamento, instabilità, rigidità, continuità, perdita di presa, accelerazione, affondamento, appoggio.

Sono parole semplici, ma dietro ognuna di queste parole c’è un’informazione tecnica. Se un atleta non sa distinguere il “vuoto” dalla “pressione”, difficilmente potrà capire davvero cosa significa migliorare la presa. Se non riconosce quando il corpo sta perdendo equilibrio, continuerà a cercare soluzioni sulla bracciata, quando magari il problema nasce altrove, per esempio dall’assetto di galleggiamento.

Il secondo livello è la sintassi del gesto. Nel nuoto le sensazioni non esistono isolate: hanno un ordine, un timing, una relazione. La presa non è separata dal rollio, il rollio non è separato dalla respirazione, la respirazione non è separata dall’assetto, l’assetto non è separato dal ritmo.

Una bracciata efficace non è una sequenza di pezzi corretti messi uno dopo l’altro, ma un’armonia motoria coerente. Come in una lingua, posso conoscere tutte le parole, ma se non so metterle nell’ordine giusto non riesco a comunicare. Nel nuoto succede la stessa cosa: posso conoscere tutti i dettagli tecnici, ma se non capisco come si collegano tra loro, il gesto resta frammentato e incomprensibile.

Il terzo livello è la punteggiatura. La respirazione, le pause, le accelerazioni, le transizioni tra una fase e l’altra sono la punteggiatura del nuoto. Una respirazione inserita male è come una virgola nel punto sbagliato: interrompe il senso della frase. Una pausa eccessiva nella presa spezza la continuità. Una frequenza aumentata per compensare una perdita di appoggio può dare l’impressione di “fare di più”, ma spesso significa solo parlare più velocemente una lingua che non si sta ancora padroneggiando.

Il quarto livello è la traduzione tra sensazione ed efficacia. Qui entrano in gioco il cronometro, il numero di bracciate, il passo, la frequenza, la percezione dello sforzo, la capacità di mantenere qualità tecnica sotto fatica.

Un dato, da solo, non basta. Una sensazione, da sola, può ingannare. Il metodo nasce quando impariamo a mettere in relazione le due cose. Se il passo peggiora ma la percezione resta facile, forse il nuotatore non sta spingendo abbastanza. Se il passo resta stabile ma la bracciata perde appoggio, forse il costo energetico sta aumentando. Se la frequenza sale e l’ampiezza crolla, il problema non è solo metabolico: è un aspetto biomeccanico che si sta progressivamente sgretolando perché non poggia su solide fondamenta.

Per questo parlare di grammatica sensoriale significa dare al nuotatore una mappa multidimensionale. Non una lista di correzioni che si limita a comunicare che “c’è qualcosa che non funziona” — il gomito è basso, l’assetto è sbagliato, la presa non tiene, la respirazione rompe il gesto — perché un feedback di questo tipo, se non è inserito in un percorso, rischia di diventare solo una diagnosi negativa. E una diagnosi negativa, da sola, spesso produce stress, confusione, frustrazione e dipendenza continua dall’occhio esterno del coach.

Una mappa, invece, non giudica: orienta.

Aiuta l’atleta a partire da ciò che sa già fare, dalle sensazioni che riconosce, dai riferimenti corporei che possiede, e a usare tutto questo come base per costruire il passo successivo. Anche nel coaching moderno si parla sempre più spesso di non lavorare sull’errore, ma di orientarsi verso le competenze già presenti: ciò che l’atleta sa fare, ciò che riesce a percepire, ciò che può controllare e riprodurre.

Nel nuoto questo significa aiutare il nuotatore a orientarsi dentro ciò che sente. Significa distinguere una pressione utile da una spinta dispersiva, un appoggio stabile da un movimento vuoto, un assetto equilibrato da un equilibrio precario, una fatica metabolica da una fatica biomeccanica.

Significa trasformare l’acqua da ambiente confuso a linguaggio leggibile. E, come ogni lingua, anche quella dell’acqua si impara con ascolto, ripetizione, errori, domande giuste e progressioni ben costruite.

COMPRENDI-SPERIMENTA-NUOTA

Non è solo uno slogan. È il modo in cui, secondo me, dovrebbe iniziare ogni vero percorso di miglioramento in acqua.

Tra un paio di giorni, nella Parte 2, approfondiremo nuovamente il tema con alcuni esempi di casi pratici: dalla presa alla respirazione, dalla gestione del passo alla capacità di mantenere la qualità tecnica sotto carico. Perché una sensazione diventa davvero utile solo quando impariamo a tradurla in gesto, efficacia e metodo.

Alessandro Resch

Alessandro Resch

Alessandro Resch è allenatore di nuoto, ingegnere meccanico, progettista ed ex atleta di livello
nazionale.

Nel corso della sua carriera agonistica ha partecipato a numerose finali dei Campionati Italiani
Assoluti, ottenendo come miglior risultato il quarto posto nei 200 metri farfalla. Ha preso parte
ininterrottamente ai Campionati Italiani Assoluti dal 1999 al 2013, affiancando progressivamente,
a partire dal 2009, l’attività di allenatore a quella di atleta.

Durante la sua carriera tecnica ha contribuito alla preparazione di numerosi atleti di livello
nazionale e internazionale, tra cui Fabio Lombini, Fabio Scozzoli, Filippo Megli, Lisa Angiolini e
Giorgia Romei.

Attualmente è docente nazionale FITRI per il settore nuoto. La sua formazione ingegneristica lo ha portato a sviluppare un metodo che integra biomeccanica, analisi del movimento, metodologia dell’allenamento ed esperienza maturata sul campo.
È autore del libro Swimbox – L’arte e la meccanica dello stile libero, il primo testo illustrato in lingua italiana dedicato alla biomeccanica applicata al nuoto.

Attraverso Swimbox sviluppa contenuti, strumenti digitali e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di rendere la conoscenza avanzata del nuoto più accessibile e concretamente applicabile da nuotatori, triatleti, allenatori e professionisti del settore.

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Giusy Cisale

 GIUSY  CISALE A law graduate and practicing attorney for 15 years, Giusy Cisale balanced her professional career with her passion for swimming by founding and managing her swimming-focused blog, Scent of Chlorine. Her expertise in the sport led her to collaborate with Italian swimming news websites starting in 2015, before joining …

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