Gregorio Paltrinieri ha ripercorso alcuni dei passaggi decisivi della propria carriera nell’episodio 84 di Jeantoneria Podcast, intitolato Il re del nuoto italiano.
Dall’infanzia trascorsa nelle piscine gestite dal padre al trasferimento a Ostia a soli 16 anni, fino alla pressione vissuta prima della finale olimpica dei 1500 stile libero di Rio 2016, il campione azzurro ha raccontato il percorso che lo ha portato a cambiare il proprio rapporto con la vittoria e con la competizione.
L’Infanzia In Piscina E Il Trasferimento A Ostia
Il legame tra Paltrinieri e il nuoto nasce molto presto. Il padre, ex nuotatore e allenatore, gestiva una piscina; la madre, al contrario, ha sempre avuto paura dell’acqua.
Dopo essere entrato ancora giovanissimo nel giro della Nazionale, a 16 anni Paltrinieri lasciò Carpi per trasferirsi al Centro Federale di Ostia. Una decisione che, nella sua mente, non prevedeva alternative.
“Ero un ragazzo di 15 o 16 anni al quale già non interessava quasi più l’adolescenza. Volevo andare ai Mondiali e alle Olimpiadi. Io non avevo un piano B: dovevo andare via e dovevo farcela.”
Per continuare a crescere, rimanere a Carpi non era più sufficiente. Era necessario allenarsi in un ambiente più competitivo e confrontarsi quotidianamente con atleti più forti.
“A un certo punto Carpi era diventata poco stimolante. Dovevo confrontarmi con gente più forte di me. Volevo andare a Roma, ma avevo 15 anni. Mio padre, conoscendo l’ambiente sportivo, era d’accordo; mia madre era più titubante, anche perché frequentavo ancora la scuola.”
La vita di Ostia fu costruita interamente attorno agli allenamenti. Le lunghe distanze richiedevano molte ore in acqua, spesso con doppie sedute, e Paltrinieri completò gli ultimi due anni di scuola superiore privatamente.
Una scelta che allora non gli pesò, ma che oggi riconosce come lontana dall’adolescenza vissuta dalla maggior parte dei suoi coetanei.
“La vita dello sportivo, soprattutto se vuoi arrivare ad alto livello, è abbastanza alienante. Ho dovuto fare delle scelte che in quel momento non mi sono pesate, ma mi rendo conto che probabilmente non è stata l’adolescenza normale di un ragazzo normale.”
Il Terremoto In Emilia Scoperto Durante Gli Europei
Nel 2012, mentre gareggiava agli Europei di Debrecen, Paltrinieri apprese dai giornali del terremoto che aveva colpito l’Emilia. I genitori avevano deciso di non informarlo immediatamente per non destabilizzarlo durante la competizione.
Aveva 17 anni e si trovava al suo primo Campionato Europeo, concluso con la vittoria nei 1500 stile libero.
“Io ho scoperto il terremoto dai giornali. I miei genitori non avevano voluto dirmelo perché stavo gareggiando. Un allenatore e alcuni compagni mi chiesero se avessi sentito che c’era stato un terremoto fortissimo a Carpi.”
La casa della famiglia rimase inagibile per diversi anni. Anche quando poteva allontanarsi da Roma, Paltrinieri non aveva più una casa nella quale tornare. In quel periodo fu accolto più volte a Livorno dalla famiglia del suo allenatore e da quella di Gabriele Detti.
“I miei genitori sono rimasti fuori casa per tre o quattro anni. Anch’io non sono tornato per tantissimo tempo: avevo 17 anni, ma non avevo più un posto dove stare. Qualche volta andavo a Livorno, dal mio allenatore o da Gabriele Detti, semplicemente per cambiare aria.”
Quando Vincere Sembrava Scontato
Tra il titolo europeo del 2012, quello mondiale del 2015 e l’oro olimpico di Rio 2016, Paltrinieri attraversò un periodo nel quale la vittoria nei 1500 stile libero sembrava quasi inevitabile.
Alla domanda se fosse mai entrato in vasca convinto di essere imbattibile, la risposta è stata netta.
“Cento per cento, tutte le volte. Ogni volta che mi buttavo vincevo e sembrava tutto molto facile. In quel periodo ero nettamente il più forte.”
Quella sicurezza, tuttavia, finì per trasformarsi in pressione. Le aspettative esterne e la convinzione di non poter perdere resero quegli anni più difficili da vivere, nonostante i risultati.
“Quando inizi a crederci e a credere a quello che dice la gente, crei aspettative e pressioni troppo grandi. Nello sport non devi dare niente per scontato. Nessuno è imbattibile e tutti hanno perso tante volte.”
Con il tempo, Paltrinieri ha imparato a vivere le vittorie in modo diverso, attribuendo maggiore valore al percorso e minore importanza all’idea che un singolo risultato potesse definire l’intera persona.
“Sono stati gli anni nei quali ho vinto di più, ma forse anche quelli più brutti da vivere. Crescendo ho capito che dovevo approcciarmi diversamente. Ho continuato a vincere, ma in modo più consapevole e più soddisfacente.”
Rio 2016 E Il Peso Di Una Medaglia Già Assegnata
Prima dei Giochi Olimpici di Rio 2016, l’oro di Paltrinieri nei 1500 stile libero veniva spesso presentato come una delle poche certezze della spedizione italiana.
L’azzurro arrivava all’appuntamento dopo aver dominato la specialità, ma proprio quella superiorità aumentò il peso della finale.
“Prima di Rio leggevo che una medaglia d’oro l’Italia l’aveva già ed era la mia. Inizi a crederci e pensi: come faccio a perdere? Ho vinto tutto e gli altri non riescono a starmi vicino. Ma hai lavorato una vita intera per quel giorno e può succedere qualsiasi cosa.”
Nel nuoto di alto livello, ha ricordato Paltrinieri, anche differenze apparentemente minime possono cambiare completamente il risultato di una gara.
“La differenza tra il primo e l’ottavo di una finale olimpica può essere di dieci secondi. Ma dieci secondi su trenta vasche sono pochissimi. Se nuoto due decimi più lentamente a vasca, quei dieci secondi li ho già persi.”
Nella camera di chiamata prima della finale, la pressione raggiunse il punto più alto.
“Pensavo che la mia vita sarebbe dipesa da quei quindici minuti. Ripensandoci, non era sicuramente il modo migliore di approcciarsi a una gara. Una persona non dovrebbe essere definita dai risultati, soprattutto non da un solo risultato.”
Il timore non era soltanto quello di perdere una gara, ma di vedere cambiare completamente il giudizio sulla propria carriera.
“Pensavo che quel giorno mi avrebbe definito: sarei diventato un eroe oppure avrei fallito, perché avevo vinto tutto e poi avrei perso le Olimpiadi. Le aspettative erano prima di tutto le mie.”
L’Oro Come Liberazione
Paltrinieri vinse la finale olimpica in 14:34.57, precedendo lo statunitense Connor Jaeger e Gabriele Detti. Al termine della gara cercò immediatamente il tabellone, anche per verificare se fosse riuscito ad abbassare il record del mondo.
La prima sensazione, tuttavia, non fu legata al titolo olimpico o al tempo finale. Fu soprattutto sollievo.
“Quei tre o quattro secondi di euforia erano dovuti al fatto che fosse finita. Era tutto finito e non dovevo pensarci mai più. Quella è stata la cosa più bella.”
L’obiettivo al quale aveva pensato fin dall’infanzia era stato raggiunto, ma la tensione accumulata non scomparve subito.
“Per molto tempo ho avuto degli incubi. Sognavo di dover ancora gareggiare nei 1500 alle Olimpiadi. Poi mi svegliavo e capivo di averli già fatti, ma l’ansia era incredibile. Rio è stato uno spartiacque.”
Alla liberazione si aggiunse anche una punta di insoddisfazione per il record mondiale mancato.
“Ero anche un po’ infastidito perché non avevo fatto il record del mondo. Non so se nella mia carriera abbia sottoperformato o sovraperformato: penso entrambe le cose. Alcune volte avrei potuto fare molto meglio, altre ho conquistato medaglie in gare nelle quali non ero favorito.”
Il Motore Della Carriera E La Sfida Con Se Stesso
A spingere Paltrinieri a continuare non è stato soltanto il desiderio di aggiungere medaglie, ma la volontà di sfruttare pienamente il proprio talento e la possibilità di competere in contesti differenti.
Dopo aver costruito la prima parte della carriera in piscina, l’azzurro ha esteso la propria attività alle acque libere, diventando competitivo ai massimi livelli in entrambe le discipline.
“Volevo dare spazio alla mia voglia di gareggiare e di vincere. Fare Europei, Mondiali e Olimpiadi, in piscina e in mare. Provare a fare tutto e a vincere tutto, perché è la cosa che mi rende più felice.”
Il passare del tempo e la prospettiva del ritiro portano inevitabilmente nuove domande. Paltrinieri non nasconde che gli mancherà la competizione, ma guarda anche con curiosità alle esperienze che potranno arrivare dopo il nuoto.
“Mi fa paura pensare che un giorno dirò: va bene, basta, è stato tutto molto bello. Dovrò iniziare qualcosa di nuovo. Allo stesso tempo mi stimola, perché non voglio nuotare per tutta la vita e vorrei provare altre esperienze.”
L’elemento competitivo, però, resterà parte della sua identità.
“La sfida è sempre con te stesso. Hai bisogno degli avversari per andare forte, ma il confronto vero è con te stesso. È questo il bello.”
Il “Flusso” E Le Migliori Prestazioni
Uno dei temi più significativi affrontati nel podcast riguarda lo stato mentale nel quale il gesto tecnico smette di essere controllato razionalmente e diventa automatico.
Secondo Paltrinieri, le sue migliori prestazioni sono arrivate proprio quando è riuscito a non esasperare l’azione e a fidarsi del lavoro svolto in allenamento.
“I risultati migliori arrivano quando non esasperi il gesto. Devi trovarti in uno stato mentale e fisico nel quale nuoti per il puro piacere di farlo. È la cosa più difficile da replicare.”
Per allontanare l’attenzione dalla fatica e dalla gara, spesso l’azzurro si ritrova a canticchiare mentalmente una canzone ascoltata prima di entrare in acqua.
“In quel momento non penso alla gara, a come sto nuotando o agli avversari. Sto soltanto pensando alla canzone. Questo mi permette di entrare in uno stato nel quale tutto diventa naturale e non percepisco la fatica.”
Non si tratta di ignorare la competizione, ma di affidarsi a movimenti ripetuti migliaia di volte.
“Le braccia girano da sole e le virate diventano automatiche. L’ho fatto così tante volte nella mia vita che so come farlo e posso fidarmi del mio istinto. Quando ci riesci, anche in una finale mondiale o olimpica, tutto diventa più facile.”
Dopo oltre quindici anni trascorsi ai vertici internazionali, la prospettiva di Gregorio Paltrinieri sulla vittoria appare oggi distante da quella del ragazzo convinto di non poter perdere. La competizione rimane il centro della sua carriera, ma non è più una sentenza sul proprio valore.
È una sfida con gli avversari, con il tempo e, prima ancora, con se stesso.
