Ci sono piscine che non sono solo luoghi. Sono un archivio di gesti, di attese, di promesse fatte a se stessi molto prima di sapere davvero cosa significhi mantenerle.
Nella stessa vasca in cui, nel 2010, a soli 15 anni, Alessia Polieri aveva conquistato il suo primo titolo italiano, oggi ha messo il punto finale a una carriera durata a lungo, con tutti gli alti e i bassi che comporta. Lo ha fatto vincendo i 200 farfalla femminili in 2:08.12, a 31 anni, forse un po’ a sorpresa mettendo la sua firma alla prestazione con un gesto tecnico che l’ha sempre rappresentata: una subacquea decisiva, l’ultima.
Non era scontato. Non lo era per lei, che lo ha detto con la lucidità di chi sa guardarsi senza filtri:
“Non mi aspettavo di vincere. Forse non me la sono nemmeno goduta appieno, perché sono stati giorni pieni di alti e bassi emotivi sapendo che sarebbe stato l’ultimo capitolo, e non ero sicura di riuscire a tirare fuori il meglio.”
Eppure, quando contava, Alessia lo ha fatto. Ancora una volta. A volte la realtà sembra la trama di un film che al cinema sembrerebbe fin troppo dolce. L’assenza in acqua di Anita Gastaldi, neoprimatista italiana della distanza, ha lasciato quasi con rispetto lo spazio sotto i riflettori alla carriera di Alessia Polieri e al modo migliore per chiuderla.
La sua carriera non è mai stata lineare. È stata fatta di reinvenzioni, di tentativi, di scelte tecniche anche controcorrente. Di una voglia costante di misurarsi con i palcoscenici più grandi fin da giovanissima, senza aspettare che qualcuno le dicesse che era pronta.
Alle Olimpiadi di Rio 2016, nel cuore di una generazione azzurra in piena trasformazione, Polieri c’era. E prima e dopo Rio, sono arrivate medaglie internazionali individuali che hanno dato peso e sostanza a un percorso costruito nel tempo, non in una sola stagione.
Mentre il palmarès che balza allo sguardo racconta di una specialista delle farfalla e dei misti, gare per i forti di spirito e gli amanti delle sfide, la memoria di chi scrive per descrivere la carriera di Alessia va ad una gara che apparentemente non ha nulla a che vedere, e che invece ne racconta la cura dei dettagli.
Nel 2010, agli Assoluti in vasca corta, Alessia vinse i 50 dorso grazie a 30 metri subacquei perfetti, pur non essendo una dorsista. Un dettaglio tecnico, certo. Ma anche una dichiarazione d’identità: conoscere i propri punti di forza, portarli all’estremo, usarli per aprirsi strade nuove.
Raggiunta per un commento al suo ultimo titolo, Alessai ha confidato a SwimSwam che negli ultimi anni quella stessa testa che per tanto tempo era stata un’alleata ha iniziato a pesare di più.
“Le ultime stagioni sono state complesse e a volte la testa, che in passato era il mio punto forte, ha remato contro. Mi creavo da sola aspettative e pressione.”
Quando il corpo regge ancora, ma la mente inizia a fare bilanci prima del tempo. E infatti, come spesso accade quando una carriera si chiude, il primo pensiero va a ciò che è mancato. Polieri non lo nasconde. Ma lo rilegge con onestà:
“Quando finisce una carriera, il pensiero va a quello che non si è raggiunto o ottenuto, ma la verità è che è stato un gran bel viaggio e ne sono fiera.”
Oggi, sugli spalti, c’erano i suoi genitori., e a loro ha dedicato questo momento. A chi l’ha sostenuta quando aveva 15 anni e un primo titolo italiano tra le mani, e a chi l’ha accompagnata fino a questa ultima gara, nello stesso luogo, con la stessa determinazione.
Alessia Polieri lascia il nuoto come ha sempre nuotato: attaccando, fidandosi di ciò che sapeva fare meglio, senza aspettare il momento perfetto.
