Articolo a cura della Dottoressa Katherine Bell Hill
Il nuoto soffre di un problema sottovalutato: i disturbi alimentari. Come medico specializzato in nutrizione sportiva e disturbi alimentari negli atleti — nonché ex nuotatrice — ho visto quanto queste patologie colpiscano nuotatrici e nuotatori di ogni livello. Per fare luce su un tema troppo spesso ignorato, ecco sei punti chiave da conoscere.
1. Diffusione e sottodiagnosi
Secondo una meta‑analisi recente, il 27,6 % degli sportivi acquatici presenta un disturbo alimentare; un altro studio stima un tasso del 45 % fra le atlete e 28 % fra gli atleti maschi, a fronte di un 5 % nella popolazione generale.
Fattori di rischio unici del nuoto: perfezionismo, spinta al superamento del dolore, corpo continuamente “in mostra”, costumi minimal, metabolismo da atleta di endurance e pressione social. Purtroppo spesso il problema resta nascosto finché non è grave, per mancanza di formazione, pregiudizi (“i disturbi alimentari colpiscono solo gli underweight”) e stigmi. È però una malattia curabile, soprattutto se riconosciuta precocemente e gestita da un’équipe multidisciplinare (medico, nutrizionista, psicologo).
2. Nessuno è “colpevole” — ma commentare i corpi fa male
I disturbi alimentari hanno basi genetiche e neurologiche, non sono “colpa” di chi li sviluppa. Esistono però trigger ambientali: anche un commento benintenzionato sul peso o la forma può scatenare o aggravare il problema. Per questo, in vasca, in spogliatoio o nei social, parlare di pesi e misure degli atleti deve essere fuori discussione. Spesso tali osservazioni non aiutano la carriera, ma minano salute mentale, fisica e rendimento.
3. Anche i maschi sono a rischio
La percezione comune è che i disturbi alimentari riguardino solo le donne, ma circa un terzo dei pazienti è di sesso maschile. Negli uomini può manifestarsi come “bigorexia” (obsession eccessiva per muscoli e definizione), con calo di testosterone, performance in calo e danni alla salute.
4. Non solo “anoressia”
Il disturbo alimentare non si riconosce dal corpo snello: colpisce tutte le taglie. Anzi, gli atleti in “corpo più grande” possono ricevere rinforzi positivi per la perdita di peso e attraversare complicanze mediche analoghe. Non si può stabilire lo stato di salute di una persona guardandola: serve ascolto e attenzione ai comportamenti.
5. Oltre anoressia e bulimia
Sotto la sigla “disturbi alimentari” rientrano anche:
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ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder): rifiuto del cibo per texture, paura di vomito o di soffocare; senza ossessioni sul peso, ma con carenze nutrizionali gravi.
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Binge Eating: abbuffate compensatorie, tipiche di chi “salta” i pasti e poi mangia in eccesso.
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Ortoressia: eccessiva ossessione per il “cibo sano”, che può sfociare in diete sbilanciate e carenze.
6. La prestazione paga un’alimentazione corretta
Limitare l’apporto calorico può dare benefici temporanei, ma alla lunga l’atleta paga: performance e recupero peggiorano, aumenta il rischio di infortuni e i guadagni non sono sostenibili. Chi mangia adeguato nuota meglio, si ammalerà meno e potrà fare una carriera più lunga.
Fonti e approfondimenti
- NEDA (National Eating Disorders Association)
- ANAD (National Association of Anorexia Nervosa and Associated Disorders)
- Lane 9 Project
Dr. Katherine Bell Hill, medico nutrizionista sportiva, ex nuotatrice Stanford e fondatrice di AthleatMD, è specializzata in disturbi alimentari e RED‑S.
Per domande o supporto, scrivete a [email protected].
Disclaimer: questo articolo è solo informativo e non sostituisce il parere medico. Se tu o qualcuno che conosci vive un disturbo alimentare, cerca subito aiuto da un professionista.
