Nonostante l’annuncio ufficiale tramite il profilo social non stupisca il mondo del nuoto, arrivando a molti mesi dall’ultima apparizione, il ritiro di una colonna portante della nazionale italiana ha sempre un effetto sul movimento e vale il tempo di fare un viaggio tramite la stessa voce nella carriera e nella vita di una pluricampionessa europea.
Sono passati più di 10 anni dal suo primo titolo italiano assoluto, raccolto nel 2014 in quei 200 dorso che ha poi vinto ogni volta che è scesa in acqua, e che l’hanno accompagnata fino alle sue terze Olimpiadi, un anno fa, nella sua ultima apparizione di nuoto agonistico. Lo aveva deciso prima, quando a 19 anni si è trasferita dalla piccola Montebelluna, in provincia di Treviso, alla grande Capitale. Aveva già pensato che “comunque vada, a trent’anni sarà tempo di smettere”.
Margherita Panziera si ritira ufficialmente dal mondo dello sport, o almeno da quello nuotato, e lo fa con 13 medaglie internazionali, 4 titoli europei, e qualche rimpianto.
“Rimpianti veri e propri forse solo uno, quel 4° posto ai Mondiali del 2019 per soli 6 centesimi. Ho vissuto la mia carriera come un “prima e dopo” quella gara. Ho sofferto molto, non solo per la delusione del podio mancato, ma per gli attacchi ricevuti subito dopo da parte di diverse voci, dentro e fuori la vasca.”
Torna a parlare, Margherita, dopo anni in cui è rimasta defilata dalla vita pubblica, a differenza di quanto avveniva proprio in quel periodo, intorno il 2019, quando la stampa, i giornali, e le attenzioni mediatiche in genere erano invece una presenza quasi quotidiana. Che Margherita era quella?
“Ho messo una maschera. Era una versione super felice di me stessa, per certi versi anche orgogliosa. Ma vivevo anche una specie di finzione, perché dentro soffrivo. Poi, in qualche modo, il lockdown mi ha concesso una scappatoia per isolarmi e poi per restare in quella bolla che mi ero creata. Dopo il Mondiale, ma anche durante il periodo del COVID, ho sentito e letto molte critiche nei miei confronti, sia come atleta che come persona, e ho capito che le persone avrebbero continuato a giudicare sempre e comunque, senza conoscere la verità, senza sapere cosa c’è dietro le prestazioni. A quel punto tanto valeva che continuassero a scrivere oppure parlare, ma non sarei stata più io la prima ad offrire virgolettati da utilizzare. Un isolamento reso ancora più sensibile al rientro dal periodo di lockdown, quando ho sofferto di ansia sociale, faticando a stare in posti affollati, e a parlare con le persone.”
Eppure c’è stato un momento in cui eri sulla cresta dell’onda mediatica e sportiva in contemporanea, come lo hai gestito?
“Non ho mai fatto nulla che non mi andasse di fare, anzi. Le cose andavano benissimo, vedevo gli sforzi fatti in allenamento trasformarsi in risultati, in record e vittorie. Una specie di volano che si autoalimentava. Ho fatto anche diversi passi avanti con la mia autostima grazie agli shooting e alle campagne pubblicitarie: istanti in cui vedevo la mia immagine come non avevo mai immaginato di poterla vedere. Da piccola sognavo di fare la velina, eppure non mi sono mai sentita bella. Non mi è mai stato detto crescendo, che ero bella. E in quei momenti di notorietà, che sapevo benissimo essere legati ai miei risultati, riuscivo anche a premiare la me bambina.”
Da piccola volevi fare la velina ma in realtà ora hai una laurea magistrale in gestione aziendale.
“Sono cambiata molto, questo è chiaro. Con il tempo ho capito che mi sarebbe piaciuto avere a che fare di più con le persone, capire, per esempio, perché una determinata cosa funziona su un individuo e non su un altro, una specie di marketing misto alla psicologia. Sono felice della mia carriera universitaria anche se mi dispiace non averla vissuta a pieno, dedicando del tempo anche alle amicizie e i legami che un percorso di studi può offrire. Per come sono fatta, quando decido di fare qualcosa la devo far bene fino in fondo, e sono brava a digerire anche le cose che non mi piacciono, me lo impongo. Ho provato a fare l’atleta al massimo delle mie capacità e quindi non mi sono concessa di vivere molto al di fuori: una vita di completa abnegazione psico-fisica, passando da casa alla piscina e ritorno.”
Una vita di sali e scendi, molti risultati ottenuti, qualche successo atteso e poi mancato, cosa cambieresti?
“Forse l’unica cosa che cambierei è quella che non si può cambiare. La passione non si impara, non si inventa. O ce l’hai o non ce l’hai e io non ho mai avuto quel fuoco, quell’ossessione che vedo in altri atleti. Un po’ li invidio, a volte. Forse, se avessi avuto quella fame lì, avrei il bronzo mondiale che ho lasciato al collo di un’avversaria per 6 centesimi. Ma non sono fatta così, mi pongo un obiettivo, mi impegno per ottenerlo, mi faccio il fegato amaro, ma non ho quella spinta soprannaturale, quel fuoco che ti spinge oltre il limite. Ad esempio, ho sempre messo la salute davanti a tutto. A maggio ho avuto problemi alla schiena e molti intorno a me suggerivano di stringere i denti, che serviva per la mia carriera, ma io ho fatto di testa mia, perché so che la vita è ancora lunga fuori dalla vasca e non posso permettermi di non arrivare in salute ai prossimi capitoli.”
In passato hai dichiarato di aver sofferto di attacchi d’ansia, di aver combattuto con la salute mentale, come stai?
“Sto bene, probabilmente perché ho smesso di nuotare. Ma quella persona resto comunque io, so che è un tratto di me e ci convivo. Ed è giusto trasmettere questo concetto il più possibile. Mi è stato spesso detto che bastava smettere di averla, l’ansia. Come fosse un interruttore, come se potessi scegliere. Ma c’era, e c’era sempre. Dai campionati italiani ai Mondiali. Quando sapevo avere un margine di 2 o 3 secondi su tutte le avversarie o quando partivo da underdog. Perché riguardava me, la mia gara, fare le cose per bene. Ho imparato a lavorarci, aiutata da figure professionali, e così dovrebbero fare tutti. Bisognerebbe sforzarsi di capire quando un atleta è a disagio senza sminuire le sue emozioni ma senza nemmeno offrire degli alibi. È complesso ma necessario.”
Prima di quel 2019, e in realtà anche dopo, sono arrivati molti successi, il dominio in Italia nel dorso e la corona d’Europa per tante edizioni consecutive. Quanto ha influito nella tua lunga carriera restare al vertice?
“Moltissimo. Non ho mai nuotato solo per il gusto di nuotare, è sempre stato in qualche modo un mezzo per fare tante cose che altrimenti non avrei potuto fare, come viaggiare, conoscere, sperimentare. Ma senza dubbio restare in nazionale tanti anni anche quando non ero più al mio massimo cronometrico è stato la chiave per ritirarmi ora, a 30 anni. Anche se da metà 2021 è stata dura fisicamente restare in forma e continuare ad allenarmi, a Parigi sapevo che sarebbe stata la mia ultima gara.”
Cosa ti ha lasciato il nuoto?
“Tante cose pratiche, tante altre intangibili. Sembra una banalità ma grazie al nuoto ho potuto comprare una casa. Ho imparato ad arrivare in orario, ad organizzarmi per conciliare più cose insieme. Mi ha lasciato la convinzione che valga la pena il sacrificio per un obiettivo, ho potuto vedere il mondo, ho acquisito una grande quantità di quelle che vengono chiamate soft skills, che sono il vero motivo per cui tutti i bambini e le bambine dovrebbero fare sport.”
E adesso?
“Adesso esploro, imparo, cerco di capire cosa è più tagliato per me. Sto concludendo il corso FIPE per personal trainer, farò anche quello da allenatrice. Mi ci vedo bene, potrei dare corpo al quel desiderio di lavorare sui rapporti 1 a 1. Mi piace l’idea di aiutare qualcuno a migliorarsi, credo che la mia esperienza possa essere utile agli altri.”
E anche quello che Margherita Panziera ha lasciato al mondo del nuoto è sia pratico che intangibile. Concreto, come i record italiani, 58.92 nei 100 e 2:05.56 nei 200, tempi-chimera lontani da qualunque dorsista scenda in acqua per l’Italia oggi e forse anche domani. Ma anche qualcosa di più complesso da definire, e difficile da palpare, una scia di gentilezza ed eleganza che un po’ come quel citato fuoco di passione, o ce l’hai o non ce l’hai.

Meravigliosa ed intensa intervista. Da leggere e rileggere tra le righe. Grazie.